Un altro Travaglio “fuori dal coro”

Il consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha sospeso per tre mesi il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, per la campagna di stampa iniziata il 28 agosto 2009 contro l’allora direttore di Avvenire, Dino Boffo. La sentenza – arrivata dopo un voto di parità assoluta, 66 a 66, all’interno del consiglio – era stata scongiurata da 74 deputati e quattro senatori del Popolo della libertà, che avevano sottoscritto un appello “perché l’Ordine non pratichi una censura preventiva”.
16 AGO 20
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Il consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha sospeso per tre mesi il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, per la campagna di stampa iniziata il 28 agosto 2009 contro l’allora direttore di Avvenire, Dino Boffo. La sentenza – arrivata dopo un voto di parità assoluta, 66 a 66, all’interno del consiglio – era stata scongiurata da 74 deputati e quattro senatori del Popolo della libertà, che avevano sottoscritto un appello “perché l’Ordine non pratichi una censura preventiva di fatto nei confronti di una firma prestigiosa del giornalismo in un momento così travagliato della vita del paese”.

Da amante dei paradossi e delle scelte astutamente radicali, Feltri non si è fatto trovare impreparato all’ennesimo Armageddon della sua carriera – l’ultimo, secondo i commentatori più maligni. E ha preparato un’agnizione in grande stile: mentre il consiglio nazionale si apprestava a valutare la sospensione, i suoi lettori venivano accolti da un titolo spiazzante in prima pagina (“Governo, si sfascia tutto”) e da un’intervista che il direttore del Giornale ha concesso a Luca Telese per il Fatto quotidiano.
Dopo avere contribuito a sfilacciare la maggioranza di governo con i suoi attacchi frontali al presidente della Camera, Gianfranco Fini, il Giornale ha virato con decisione su un’estetica da fine dell’impero: “Gli avversari di Berlusconi hanno approfittato del viaggio all’estero del premier per organizzare uno scacco al re. (…) Serve un colpo d’ala. Andare al Colle o giocarsi tutto? In tutti e due i casi ci vuole fortuna”.

All’intervista con Telese, Feltri ha affidato le confessioni più schiette e affilate: sul caso Ruby (“se io mi devo fare una scopata, lo faccio per me. Non ho bisogno della claque!”); su Noemi Letizia (“Berlusconi non doveva andare a Casoria. Danneggia la sua politica! Tanta gente di destra dice: una volta sì, le altre no! Lo trova strano e sconveniente, pensa: adesso mi sono rotto le balle, di tutte le veline di Berlusconi”); sullo stesso Popolo della libertà (“dai big del Pdl, o come cazzo si chiama, non mi è arrivata una parola pubblica di solidarietà”).

Feltri ha lasciato intendere anche di essere pronto a lasciare il Giornale per fondare un altro quotidiano, perché “sono molto deluso, amareggiato. Se mi dovesse arrivare una condanna avrei l’impulso irrefrenabile di cambiare subito”. Ma lo svelamento più inatteso, come in ogni romanzo che si rispetti, detona solo nel finale, alla domanda su che tipo di quotidiano vorrebbe costruire: “Mi avete aperto gli occhi voi. Pochi giornalisti, opinioni forti, servizi esclusivi, libertà. Quel che serve. Pensa che leggendovi, il primo numero, mi dicevo: sono dei pirla. Poi vi ho pesato, ho capito”.

L’ammiccamento finale di Feltri
rivela quanto la sua moneta, di destra per lignaggio, sia ben spendibile anche a sinistra. La sua grammatica, tutta basata su un buonsenso dall’anima reazionaria che non teme la demagogia, gli permette di precedere gli urlatori antiberlusconiani. Non essendo mosso dalla passione politica o da un progetto culturale, Feltri può non arrossire quando sgombra il campo dall’idealismo di circostanza (“perché, voi non fate il giornale per vendere? Si vede, e si capisce. Per questo stiamo parlando”) o quando dice che il “giornalismo vendicativo” altro non è che “occhio per occhio, un precetto evangelico”. Passando da Libero al Giornale ha calcato sulla sua linea azzardata, politicamente irresponsabile ma efficace, con cui ha dettato l’agenda del Cav. – salvo poi minacciare una diserzione improvvisa verso una testata già depositata con Daniela Santanchè e Alessandro Sallusti: “Fuori dal coro”. Un proverbio inglese intercettato da Geoffrey Chaucer raccomanda che “chi vive in una casa di vetro non dovrebbe lanciare pietre”. Ora l’Ordine dei giornalisti ha trovato la cristalleria di Feltri incustodita, e l’ha centrata.